lunedì 2 dicembre 2013

Intervista a Tullio Pizzorno


Tullio Pizzorno: la sua musica, Mina, Alberto Radius, Linda e gli altri

di William Molducci


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Tullio Pizzorno è un compositore e autore a 360 gradi, che nel suo percorso ha incontrato e collaborato con numerosi artisti di primo piano e che ha portato avanti una sua carriera sostenuto da una nicchia di appassionati, soprattutto all'estero, pur senza essere presente nei media o sostenuto da costanti promozioni. L'incontro con Tullio è stato casuale, nato esclusivamente dal suo lavoro, in occasione dell'uscita di Banca d'Italia, l'ultimo album di Alberto Radius, di cui Tullio ha scritto i testi di cinque brani. La sua disponibilità ha facilitato il contatto e questa è stata l'occasione per scoprire un artista e il suo mondo, le sue collaborazioni importanti, quella con Mina in primis (Di vista, Musica per lui e La fretta nel vestito), senza dimenticare le canzoni scritte per Linda e i Collage, la musica da film, il jazz e il lavoro con Niels Lan Doky. Agli inizi del 2014 uscirà il suo nuovo lavoro discografico, intitolato Charisma, che rappresenterà un'ottima occasione per conoscerlo, nell'attesa potete collegarvi con il suo canale YouTube e ascoltare parte della sua discografia e brani live.




L'intervista

Hai scritto canzoni per Mina, che sono state incise nei suoi album Pappa di latte (1995), Cremona (1996) e Bula Bula (2005), dove viene messa in evidenza la sua anima jazz. Come è nata questa importante collaborazione?

Direi, all'inverso, che proprio una delle sue mille anime, forse quella più funk-jazz, ravvisò nei miei lavori questa incredibile identificazione. Mina mi telefonò personalmente quattro (!!) anni dopo il mio invio di una cassetta; stentavo a credere alle mie orecchie, ma poi mi lesse i titoli di alcuni brani contenuti sul nastro, quindi solo la vera Mina poteva esserne a conoscenza e doveva essere per forza lei. Da lì nacque tutto; mi disse espressamente che le piaceva il mio mondo musicale e mi chiese altro materiale; quindi iniziammo a lavorare. E’ curioso come a tutt'oggi le canzoni per le quali mi aveva telefonato, che erano sul primo nastro, non le abbia ancora incise. In totale comunque attualmente “possiede” circa una ventina di mie canzoni.

Da qualche settimana è uscito il nuovo album di Alberto Radius, dove tu hai scritto i testi di cinque brani, tra cui Talent show, Dusserdolf, Faccio finta che ci sei e Dimmi chi ha vinto, che si possono ritenere tra i più significativi. Vuoi parlarci di questo lavoro, che dopo la scomparsa di Oscar Avogadro ha permesso a Radius di completare un progetto fermo da anni?

Conosco Radius dagli inizi degli anni novanta, ma lo stimo musicalmente fin dalla mia adolescenza, perché amo da sempre Battisti e il mio strumento principale è la chitarra, quindi era normale che amassi anche Radius; poi mi proposi a lui in quanto produttore, e subito scoccò la scintilla di interesse da parte dell’allora nascente RTI music, per cui si decise che dovessi andare a Sanremo nel 1993 come cantautore. Mi dissero però che la musica era 10 e lode ma i miei testi a quel tempo non le rendevano merito, e allora Radius mi mise dapprima in contatto con un bravissimo autore di testi, Sergio Contin (Nomadi, Kuzminac, etc) ma poi alla fine mi presentò direttamente il nostro compianto amico Oscar Avogadro.
Nel mio periodo a Milano Radius al mattino mi accompagnava a Mombretto a casa di Oscar per farmi lavorare con lui, e la sera veniva a riprendermi. Inutile dire che la giornata con Oscar, più che a lavorare, la passavamo a raccontarci cose e andare a pranzo assieme (una volta a Peschiera Borromeo pranzammo pure insieme a Bruno Lauzi – ero al centro di una dimensione che allora il ragazzo che ero aveva sempre sognato), poi solo nell’ultima mezz'ora della giornata con Oscar lavoravamo per tirar giù le bozze di nuovi testi, poco prima che Radius venisse a riprendermi (questo Alberto non lo sa ☺).
Quanto all’ultimo lavoro di Radius, adesso, dopo vent’anni… mi è venuto naturale trasformare in testi tutto quello che assorbii stando accanto ad Oscar, tanto da dedicargli uno dei brani più belli dell’album “Faccio finta che ci sei”, che Alberto ama tantissimo…
(“ti chiederai se abbiamo scritto tutto e forse guarderai a me ancora nel ghetto”).
Poi c’è pure la presa di coscienza allo stesso tempo politica e non politica, che ci riguarda un po’ tutti, in Dimmi chi ha vinto: "lo tsunami delle stelle passa e va, ne hanno dette delle belle in libertà".
In Dusseldorf ho immaginato la storia di un manager sempre fuori in viaggio che si costruisce una doppia vita all’estero, e in Talent Show mi sono proprio divertito a fare ironia su questi macelli musicali di oggi, e Alberto era l’unico ad avere il piglio adatto per capirlo e rappresentarlo: "ho lo stomaco vuoto ma valeva la spesa per il book delle foto".
Ho anche un altro brano che è di una sintesi pazzesca: in “Count Down”, in solo 3 minuti di canzone, c’è un astronauta che parte, arriva nello spazio, guarda il mondo nella sua piccolezza, poi torna sulla terra e capisce di essere cambiato: " là è l’Afghanistan, terra di sabbia bruciata di fuoco e da qui che senso ha…”; mah, forse pensavo a Parmitano (astronauta italiano n.d.r.).

Quindi il vostro rapporto di lavoro risale ai tempi della RTI?

In effetti fu proprio da quei provini per la RTI che cominciammo a lavorare insieme, o meglio: mi faceva lavorare; spiego meglio: mi disse che dovevo ricreare nel suo studio a Milano quello che avevo fatto a casa a Caserta, quindi tornai giù, smontai tutti gli strumenti che avevo, riempii la macchina e tornai a Milano a registrare direttamente lì. Non dimenticherò mai quel periodo, assorbivo continuamente da tutto e tutti: fu bellissimo conoscere grandi musicisti e miti che lavoravano con lui, da Gazzola a Stefano Previsti, da Prudente ai vari discografici e pure artisti importanti progressive storici come Bernardo Lanzetti. Ci si incontrava tutti a pranzo in un baretto di fronte allo studio in via Bazzini, gestito tra l’altro da uno di Napoli.
Il top mi accadde quando una volta, mentre andava l’ascolto di un mio brano, Alberto venne a chiamarmi dalla stanza accanto allo studio (era un ufficio editoriale di una rivista musicale), dove c’era una persona che voleva sapere di chi fosse quella musica… quando entrai nella stanza e vidi Lucio Battisti intento a scartabellare fogli… rimasi di pietra. Lui non alzò nemmeno lo sguardo ma disse a voce bassissima tipo: “vai vai…continua”.
E chi se lo scorda più.


Le tue collaborazioni con Linda e i Collage coincidono con la voglia di sperimentare cose nuove, cosa hai trovato in loro?

Linda, si sa, ha una voce meravigliosa, e ti dirò, altrettanto sorprendente coraggio; è una di quelle che, dopo aver fatto Sanremo, piuttosto di seguire il filone facile si è messa in discussione su campi fusion jazz, ed è stata un’esperienza bellissima farle reinterpretare la mia Un dubbio, che avevo già inciso io nel mio primo album nel 2000. Con Linda ho avuto ospiti musicali grandissimi nel mio pezzo: oltre a me al piano Fender e alle tastiere c’è Scott Henderson alla chitarra e Tollak all’armonica. In seguito le ho affidato anche un altro brano fantastico che ha inciso nel suo album del 2010 (Sull’autostrada).
Le ho poi scritto un pezzo bomba per farla partecipare a Sanremo nel 2012, non a caso dal titolo Sarà la fine del mondo con un testo che immaginava quello che sarebbe dovuto accadere il 21 dicembre dello stesso anno. La commissione di Sanremo però avrebbe dato l’ok solo se Linda si fosse presentata in duetto con un altro artista “più risonante”... a nulla valsero gli sforzi dei suoi manager, che avevano ottenuto l’ingaggio di Larry Carlton alla chitarra… non era abbastanza famoso per Sanremo (!). Comunque ascolterete il brano Sarà la fine del mondo, perché lo faccio uscire nel mio prossimo album.
I Collage sono dei professionisti incredibili, e quasi nella coscienza musicale “impegnata” questa affermazione cozzerebbe con la loro dimensione easy-pop italiana anni fine 70-80, con quelle voci ancora quasi adolescenziali che hanno… eppure ti dico che nel 2003 mi hanno affidato la direzione artistica dell’intero loro album, dove per loro scrissi ben nove canzoni inedite e arrangiai in chiave “mia” due loro classici come Tu mi rubi l’anima e Due ragazzi nel sole. E’ stato fantastico traghettarli in un mondo che in realtà non apparteneva loro, fatto di armonie complesse e accordi di 13sima. Il disco l’ho suonato tutto io e loro hanno solo cantato. Ora nei concerti eseguono anche le mie canzoni, che piacciono tantissimo al loro pubblico. Hanno avuto un coraggio da leone… chi glielo ha fatto fare... Sono dei pazzi! Ma sono dei veri professionisti, te lo garantisco.

La tua carriera solista prosegue senza soste, vuoi parlarci dei tuoi album e di Charisma?

Beh, anche perché non sono più un giovanetto, a me conviene dire che più che un cantautore sono un “autore che canta”, e in questo modo mi assolvo dal fatto che non sono presente nei media e non sono promozionato. Di conseguenza i miei lavori NON hanno un mercato, ma hanno una nicchia di affezionati soprattutto all’estero (ad esempio i giapponesi sono i miei più smaliziati ma sinceri estimatori, sarà forse perché non sanno che in Italia non sono conosciuto come interprete ☺).
Io proseguo senza soste perché scrivo e registro sempre e ho all’attivo più di un migliaio di canzoni inedite, che se mi va metto fuori di volta in volta, e così facendo col prossimo Charisma, sono al sesto album mio personale.
Quella rarissima volta che capita – solo cioè quando ci sono le giuste condizioni promozionali e i contesti adatti – riesco a rappresentarmi in concerto ed è sempre un’esperienza bellissima che piace a tutti, compresi i musicisti che collaborano dal vivo con me, che sono sempre importanti professionisti che si “prestano” alla mia causa solo perché gli piace la mia musica. Ma ti confesso che è sempre una fatica montare le prove come voglio io, per cui costa tanto prepararsi per un live (anche economicamente). Ed ecco che ce ne stiamo a casa.


Cinema e musica sono un binomio indissolubile, tu hai realizzato alcune colonne sonore, questo è un lavoro che ti ha dato soddisfazioni?

Assolutamente sì, perché con la musica (in questi casi strumentale, ovvio) hai modo di vestire emozioni visive. Un’anticipazione; un amico ha prodotto un corto che presenterà ad alcuni Festival importanti, e io ci ho messo la musica… il film si intitolerà “10 agosto”, se uscirà - e quando - non lo so.
Poi mi chiamarono nel 2007 alla Festa del Cinema di Roma; per quella occasione mi inventai un Recital dedicato a Buster Keaton, e cantai le mie canzoni mentre proiettavano in una specie di “sincrono concettuale” con quel che dicevo le immagini in bianco e nero di Buster Keaton, l’attore che non ride mai. Lo spettacolo, eseguito in trio con me alla chitarra, i grandi Pietropaolo Veltre al basso e Aldo Fucile alla batteria, lo intitolai L’amore che ride: Recital di un autore che canta per un attore che non ride mai.

Nell'album Italian Ballads hai collaborato con Niels Lan Doky, cosa pensi di lui come artista e come ti sei trovato a lavorare con lui?

Ho conosciuto Niels grazie a Gino Vannelli, che fece in modo che Niels avesse alcuni miei brani. C’era un produttore giapponese, Makoto Kimata (nota: sempre i giapponesi, i migliori feticisti dell’Italia), che commissionò a Lan Doky un album di canzoni classiche italiane da realizzare in versione strumentale in trio jazz (piano, batteria, contrabbasso). Niels mi chiese una mano a scegliere i brani, ma poi volle includere tra questi classici anche una mia canzone… che ci azzeccava? Ma non ci fu verso di fermarlo!
E’ venuto pure ospite a casa mia con la sua fidanzata di allora, una giornalista danese, come tanti musicisti amici che ho avuto l’onore di ospitare (mia moglie cucina alla grande ☺). Anche quella fu un’esperienza fantastica, con Niels al piano che è un fenomeno assurdo, più il contrabbassista Lars Danielsson e Jeff Boudreaux alla batteria, che suonavano la mia musica. Pensa che dell’album giapponese (dal titolo Casa dolce casa) ne fu poi ripubblicata anche in Belgio un’edizione europea (intitolata per l'appunto Italian Ballads).





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